Il Gruppo Padano di Piadena

TI TROVI IN: HOME PAGE > BIBLIOTECA POPOLARE > DOMENICA E' SEMPRE DOMENICA

- HOME PAGE
- BIBLIOTECA POPOLARE DI PIADENA
- QUADERNI DI PIADENA
- COOPERAZIONE
- CANTI POPOLARI RACCOLTI
- CANTI CREATI
- EMIGRANTI
- ALBUM FOTOGRAFICO
- IL GRUPPO PADANO OGGI

 


E-MAIL

Domenica è sempre domenica

Raccolta di dichiarazioni e documenti

In questo fascicolo, pubblicato dalla Biblioteca Popolare di Piadena nell’aprile 1958 è riportato con assoluta fedeltà il pensiero di giovani su “LA DOMENICA”, espresso in amichevoli conversazioni, in riunioni, oppure in forma di appunto o di racconto.

Le interviste sono state raccolte da Giuseppe Morandi.

Premessa

I giovani hanno problemi psicologici, affettivi, sessuali, morali, economici, culturali che né i genitori, né i maestri, né il sacerdote possono conoscere completamente.

Soltanto fra loro, con atti di grande schiettezza di cui solo i giovani sono capaci, essi possono “parlare”.

Talora il loro linguaggio o scorretto o triviale o eccessivamente drammatico o cinico: tuttavia pur nelle esagerazioni rappresenta atteggiamenti e comportamenti veri che gli adulti non dovrebbero trascurare. Naturalmente per aiutarli.

Leggiamo perciò con amore questi primi confusi ma autentici sfoghi e abituiamoci a intravedere, dietro l’insofferenza o la timidezza o la chiassosa ed esuberante vivacità dei nostri giovani, il profilo degli uomini di domani.

Un adulto


TORNA A INIZIO PAGINA

 

Nota: nel quaderno originale i testi sono in dialetto.
Per facilitare la lettura oggi, abbiamo riportato solo la traduzione (già presente nell’originale) in lingua (n.d.r.)

Un meccanico, anni 20

“Questa festa è già passata, passerà Natale e verrà Pasqua;sempre più ci si  stanca di tutto e si diventa vecchi senza accorgersene…” dico a un amico mentre stiamo tornando dal cinema. “Non parlarne- dice lui- c’è tutto che stanca: vado al cinema perché vengono a chiamarmi, altrimenti non so se ci andrei. La festa stanca e il tempo passa in  un’osteria e nell’altra. Poi vivi in mezzo a gente che son bestioni, se fai qualcosa che non tutti fanno, ti considerano stupido o matto”.


TORNA A INIZIO PAGINA

 

Lo stesso giovane un mese dopo

“Che patata! …(noia).La gente, la festa, gli amici. C’è sempre tutto di uguale e non si fa che ripetere le stesse cose” mi dice.

Io osservo:”La gente stanca anche me, certe volte l’ammazzerei, vorrei far piazza pulita di certe teste di rapa che oggi fanno tutto loro e degli altri che vanno a leccare loro le scarpe”.

“La penso così anch’io” risponde.

Gli domando: “che fai stasera dopo cena?”

“Resto fuori fino tardi:mezzanotte, mezz’ora, in qualche osteria a giocare a carte”.

“Ma ti piace? gli chiedo.

Che vuoi mai –risponde- è sempre quella, intanto passa la sera e ti viene  sonno”.


TORNA A INIZIO PAGINA

 

Un impiegato, anni 20

Il sabato si pensa:”domani è festa e non devo andare a lavorare”. Viene la domenica mattina e le campane suonano a festa e dopo esserti alzato qualche ora dopo del solito, non si sa che cosa fare. La contentezza del sabato e la speranza nella festa non c’è più. Ci si comincia a stancare e quel che si fa, lo si fa per trascorrere il tempo. Chi va in chiesa, chi lavora e chi fa venire mezzodì facendo passare le osterie. Viene  mezzogiorno senza accorgersene e il pomeriggio chi va all’osteria e chi a spasso fanno venire  la sera.

Per la strada che passa davanti a casa mia passano uomini che parlano ad alta voce: sono i contadini di Grasselli che tornano dall’osteria per andare a cena. E’ già sera e la festa è finita.

Così il tempo passa, e anche se quel che facciamo stanca, lo ripetiamo sempre, così tutto resta sempre uguale.


TORNA A INIZIO PAGINA

 

Un meccanico, anni 16

Che non vado più in chiesa la domenica saranno quattro anni. Avevo dodici anni quando ho smesso di andarci: mi ero stancato. Adesso alla domenica mattino vado a lavorare nei campi con mio padre e si lavora fino a mezzogiorno. Dopo pranzato, si gioca alla palla in piazza o al campo. Alle cinque ci si va a vestire. Con gli amici vado a vedere al cinema e quando usciamo si va a casa di uno o dell’altro a mangiare il salame o qualcosa d’altro. Viene mezzanotte e vado a letto, certe volte, con la testa che gira un po’ per qualche bicchiere in più bevuto.


TORNA A INIZIO PAGINA

 

Una lavorante a domicilio, anni 20

E’ un sabato sera e le dico: “ Domani è festa non sei contenta?”. Mi risponde: “No, perché che dopo viene il lunedì”

Proseguo: “E se ci fosse una festa lunga una settimana, ti piacerebbe?”. Risponde: “Per se giorni sarei contenta, ma l’ultimo no”.


TORNA A INIZIO PAGINA

 

Uno studente, anni 20

La domenica, fino a mezzogiorno dormo, quando non è di più. Dopo aver pranzato mi cambio e intanto ascolto la radio. Vien la sera che sono in qualche caffè  a giocare a carte. Alcune volte passo la domenica in casa di amici e non è una novità che qualcuno prenda una buona sbornia. Se avessi sempre la ragazza, la festa sarebbe bella, ma adesso è in collegio. Per me è sempre festa, non posso nemmeno gustarla come un contadino che lavora una settimana e che aspetta il giorno del riposo, per me si può dire che sia festa per sette giorni la settimana”


TORNA A INIZIO PAGINA

 

Un’operaia, anni 18

Tra una bestemmia e un accidenti tira avanti: sta cucendo e di tanto in tanto mi dice:”Dimmi tu come si può fare a meno di bestemmiare. Una filza così bella e lunga di refe guarda come s’è ingarbugliata” e giù un accidenti.

Ehi tu – le dico – per te la festa è bella?”

“Che cosa interessa a te?” mi risponde.

“Va là che ti piace – proseguo – ci si veste bene e poi si va a girare”

Lei: “Sì è bella, però per me è bella appena alla sera perché vedo lui, perché gli sto insieme e vado a girare”.

“Appena per questo è bella per te  la festa? Non ti piace anche perché vai in chiesa e non devi lavorare?”

Risponde: “Ma sì, in chiesa ci si va così, tanto per andare, ma a me, che interessa, è vedere lui”.

“Ma ci sei proprio cotta dentro…Per Pasqua ci sei stata insieme?”

“Ah, che bel giorno è mai stato! Ma sì, alla mattina sono andata in chiesa, ma al pomeriggio sono andata a ballare con lui. Ah che divertimento! Dio che tesoro, che bel muso  che ha!”


TORNA A INIZIO PAGINA

 

Un operaio, anni 30

“La domenica è bella al sabato. Al sabato mattino qualsiasi lavoro lo faccio volentieri. Anche gli altri dicono così: non fa niente, se è da fare lo facciamo, tanto oggi (pomeriggio) è festa. Se i padroni intuissero questo, tutti i lavori più noiosi li lascerebbero per il sabato”

TORNA A INIZIO PAGINA

 

Un operaio diplomato, anni 23

La domenica non è brutta, però il sabato è migliore.

Pur facendo le stesse cose (andando al lago, al cinema, dalla morosa ecc.) al sabato c’è qualcosa di diverso; il giorno seguente di riposo dà una sicurezza, la certezza che libera da ogni incubo. In casa, per esempio, al sabato, quando sono coi miei sono allegro e ho voglia di scherzare, dico a mia madre e a mio padre delle cose che la domenica e gli altri giorni non sarei capace di dire.

In officina, il sabato mattina, qualsiasi lavoro, discussione o altra cosa antipatica, si affronta volentieri, con spirito sereno, già si pregusta la domenica. Direi che le difficoltà, al sabato, mi danno piacere, vorrei quasi che si presentassero. Invece, come arriva la domenica mattina, comincia la stessa nenia della settimana lavorativa: chi è abituato ad andare a messa ci va; chi è abituato ad andare al caffè vi ritorna, come fosse un dovere, una abitudine. La speranza è finita. A mezzogiorno, a pranzo, per me è già lunedì, non scherzo più, non sono più spensierato, ritorno a essere la macchina automatica in fase di lavorazione.

La sera della domenica non è un incubo, ma quasi; in me c’è la lotta fra pensieri come questo: domani è lunedì, perché non dovrei fare qualcosa di diverso, oggi, per vivere degnamente il giorno di riposo?

Prima di andare a letto sono già in officina, non provo nausea, sono rassegnato e penso alle minime soddisfazioni che mi darà il mio lavoro. La nausea la provo il lunedì mattina.

Un disoccupato, anni 20

“La festa? La festa si dorme fino a mezzogiorno e dopo il pranzo il tempo passa in qualche osteria a giocare a carte, e fin che non è l’ora di cena non si va a casa. Dopo cena ci si ritorna e fin che non è mezzanotte non si va a letto”.

“E in chiesa non ci vai?” gli chiedo

“Non ricordo il tempo d’avervi messo i piedi”

“E di donne quante ne hai fra i piedi?”

“Ne avrei tre, ma son di quelle che quando ci vai occorre il portafoglio pieno, ed io invece non lavoro…!”

TORNA A INIZIO PAGINA

 

UNA DOMENICA

(Racconto di un giovane di anni 19)

Ho indossato le mutande, la maglia e la camicia; i calzoni e la giacca sono nella stanza di mio padre e di mia madre che stanno ancora dormendo: sono le quattro del pomeriggio e poiché oggi è domenica vi resteranno fino alle cinque.

Entro cercando di non far rumore, ma appena aperto l’armadio mio padre mi dice, con voce dura: “Dove vai?”. Ed io: “A Cremona a vedere un film”.

“Vai a fare lo sporcaccione?”. Mio padre sa già che vado a Cremona col mio amico, gliel’avrà detto mia madre, a lei l’avevo confidato.

Mi sono vestito arrabbiato per quanto mi ha detto, esco dal cortile incontro al mio amico.

Oggi c’è poca gente sui treni, nella carrozza dove mi trovo io ci sono tre giovani che, dai discorsi che fanno, credo vadano a lavorare a Milano, tornano a casa al sabato e ripartono alla domenica pomeriggio. Uno racconta agli amici le novità del suo paese:”Un morto in colonia; uno si è annegato, un altro s’è ritto la testa”.

Il mio amico sonnecchia mentre io osservo la campagna dal finestrino. I campi a grano sono già tutti mietuti, pochi i covoni rimasti sul campo.

A Torre sale un mio amico della scuola di avviamento, gli chiedo: “Vai a Milano a lavorare?”. E lui: “Sì, ciao”. “Ciao”.

Il treno lentamente riparte mentre io resto sempre affacciato ad osservare il paesaggio. Ecco un casello ferroviario:una donna anziana, vestita da campagnola, sta dando da mangiare ai polli; la casa è isolata, forse per questa donna la domenica non è diversa dagli altri giorni. Di tanto in tanto do uno spintone al mio amico che si sta addormentando con un occhio chiuso e uno semiaperto, gli dico:”Tu, quando muori, devi far paura”

Presso Gazzo una donna con un velo nero sulle spalle pedala sulla strada assolata che porta a una cascina. Per lei, penso, forse la domenica è già passata:sarà andata alle funzioni religiose del pomeriggio, si sarà recata al cimitero, ora torna a casa e per una settimana ripeterà ogni giorno lo stesso lavoro, farà questo fin che resterà sana, poi a una certa età non riuscirà più e un giorno porteranno anche lei al cimitero. Cosa avrà fatto nella vita quella persona? Penso alle donne del mio paese, a mia madre, a mia nonna: ogni domenica si ritrovano al cimitero dopo le funzioni e là discutono.

Siamo a Cremona: il nostro programma era di girare per la città e di andare a vedere un film. Io avevo anche pensato di andare in una casa di tolleranza e avevo domandato informazioni alla mattina, andando all’Oglio, a qualche ragazzo che di solito ci va. Io non ci sono mai stato e sono curioso di vedere cosa c’è là dentro, non sento necessità fisica, ma voglio andarci lo stesso.

Dico al mio amico: “Io vado dalla ‘zia’, vieni?”

E lui: “Io vengo ma ti aspetto fuori”.

Dov’è la casa non so e l’unica cosa da fare penso che sia prendere un taxi. So il nome della “zia”, la Egle, e dico al conducente di un taxi: “Per favore può condurmi alla casa di tolleranza della Egle?”. E lui: “Prego, salga”.

Io e il mio amico saliamo sulla vettura e si passa come due signori per le vie della città, si volta in una via stretta, si entra in un vicolo chiuso e lì la macchina si ferma.

“E’ qui?”, domando all’autista.

E lui: “In quella porta”

Davanti alla porta stanno ragazzi intorno a un motorino; è una porta con mattonelle marrone. Dico all’amico: “Vieni dentro?”. E lui:”No, ti aspetto qui”.

Spingo una porta a vetri ed entro in uno stanzino dove c’è un banco e dietro al banco una donna grassa che mi dice: “Dieci lire”. Gliele do.

Una donna sui venticinque anni si affaccia alla porta di una stanza, porta slip trasparenti sull’unica parte coperta del corpo.

E’ alta e snella, ha la faccia da idiota, un corpo normale.

Entro in quella stanza: su una delle sedie disposte tutt’intorno c’è un uomo sui trent’anni con altre due donne: una porta solo gli slip, trasparenti, è vecchia, ha la carne flaccida e cascante, le gambe non troppo belle e due occhi con occhiaie nere e profonde; l’altra porta una maglietta e gli slip, è pure vecchia; mi fanno schifo.

L’uomo seduto parla con la donna bella e lei risponde: “Dei cremonesi non mi meraviglio più”. Siedo e osservo quelle donne sedute in attesa che venga qualcuno a dire: andiamo, per concedersi. E’ una cosa schifosa, è una cosa che ripugna solo a vedere, ma resto seduto e mi guardo attorno, Alla parete c’è un cartello: “Tariffa lire 400”.

La donna bella dice, rivolta alla signora grassa che sta dietro il banco: “Io sono la più bella, voglio sposarmi, sì, voglio sposarmi”.

E’ entrato ora un uomo anziano, bassotto, dal volto serio:siede. Io mi alzo e giro un poco per la stanza. La “bella”  è ormai nell’altra stanza e sta parlando con due ragazzi,  la grassa è andata via ed è venuta una donna piuttosto giovane, brutta, dalla voce grossa e volgare: “Fuori le carte d’identità!” dice ai due ragazzi appena entrati, “e datemi dieci lire ciascuno”. Guarda i documenti e a uno dice: “Tu puoi restare, ma il tuo amico no, è del ’39 e compie gli anni in ottobre”. E all’altro, con voce cattiva: “Fuori tu!”.

Il ragazzo dice: “Dammi le dieci lire che ti ho dato!”.

Essa lo guarda e brontola: “Lo sapevi che sino a diciotto anni non si può entrare qui. Fuori di qui, spicciati!”.

La “bella” dice: “Ma guarda, vuole indietro le 10 lire, questo minorenne che ha già visto delle donne nude”  e all’amico rimasto, maliziosamente sussurra: “Il tuo amico è stato mandato fuori, non ha ancora l’età”.

Mi avvicino a lei e le dico: “Vieni” e lei: “Subito”.

Mi precede e sale una scala: in fondo c’è un grande specchio; si sale un’altra rampa di scale e si arriva in un corridoio stretto con diverse porte. Sul fondo una porta è aperta e vedo un uomo anziano, quasi calvo, che sta asciugandosi le mani. La donna apre una porta ed entra.

C’è buio ed io vorrei dirle di accendere la luce, ma non dico niente. Parla lei, dice:”Adesso facciamo divertire un giovane minorenne”, abbassa l’interruttore e si accende una lampada. E’ una stanza piccola: da una parte c’è un letto, un armadio, un comodino e una vasca con rubinetti.

Mi dice:”cosa mi dai?”. Ed io:”quattrocento lire”. E lei: “Appena?”. Si spoglia. Io guardo il suo corpo: non è brutto. Si avvicina e io osservo quelle sue mani dalle unghie lunghe e laccate: che schifo. Lei mi è accanto e mi tocca, ma io non provo alcuna voglia di toccare lei,  il suo parlare e il suo agire mi avviliscono, mi ripugnano. Lei capisce e ride, ride, e io taccio. Dopo un po’ mi guarda e ancora ride e mi dice: “Ma guarda se tutte devono capitare a me oggi!”.

“Toh, prendi le 400 lire e lasciami stare!” dico.

“Va bene” dice e mentre pago lei scoppia ancora a ridere, ride e si rimette l’indumento mentre io discendo le scale in fretta, contraffatto. Mentre sto spingendo la porta a vetri della uscita sento lei che, dalle scale, mi dice: “Vieni ancora, domani!” .

Il mio amico è ancora fuori e gli dico: “Andiamo?”. E lui: “Ma come hai fatto presto!”.

Camminiamo per un po’ in silenzio, poi esclamo: “Che schifo, che porcheria” e sputo per terra ripensando a quel momento passato con quella donna, al suo riso ironico che non riesco a cancellare dalla memoria: e penso a quella brutta, sarebbe stato ancora peggio se avessi scelto quella.

Continuo a sputare e intanto racconto al mio amico tutto. Lui ride e vorrei poterlo fare anch’io, ma non mi riesce, ho l’animo sconvolto.

Giriamo per le vie di Cremona con lentezza, ora è anche cominciato a piovere, sono stanco, mi ripugnano le ragazze che passeggiano.

Osserviamo le vetrine, l’amico guarda la gente e di tanto in tanto osserva: “Non c’è nemmeno una ragazza bella”. Non rispondo e lui continua a parlare di ragazze e allora grido: “Smettila, non parlare più a me di ragazze!”.

Decidiamo di tornare alle sette, così andremo al cinema a Piadena.

Continuo a pensare a ciò che ho fatto e non mi riesce di parlare; sul treno dico solo qualche parola in stazione a Cremona, poi non apro più bocca sino a Piadena.

Sto in piedi al finestrino in un luogo ove non c’è nessuno e guardo la terra che passa velocemente sotto i miei occhi. Spira un’aria fresca e sto bene. Di tanto in tanto alzo lo sguardo e osservo la campagna vasta, poi chino il capo e guardo ancora la terra.

Arrivati a Piadena ci avviamo verso casa con passo lento e il mio amico mi dice:”Avrei fatto così anch’io. Hai visto quel vecchio che è entrato dopo di te? Prima di entrare si è messo una mano dietro per sentire se aveva il portafoglio. E’ come andare a prendere un pacchetto di sigarette”.

Dopo cena ci troviamo al cinema e lui, appena mi vede, si mette a ridere. Usciti mi dice:” Tu oggi sei andato in una concimaia, ma avere una ragazza tua, che ti piace e alla quale vuoi bene, ti piacerebbe?”.

“Certo” rispondo, e intanto cammino pensando a una ragazza mia, semplice, ma il ricordo di quello che ho fatto entra nei miei pensieri e mi rovina tutto.


TORNA A INIZIO PAGINA

*****

ALLE MADRI

Probabilmente qualche falso moralista, leggendo queste pagine di confessione cruda e sincera, sarà tentato di gridare allo scandalo: infatti la piaga del mercato dell’amore in Italia è un aspetto delicato e vergognoso della società “libera” e “cristiana”, piaga che gli ipocriti cercano di tenere in ombra come un male necessario.

E invece in questi ultimi anni, per merito della socialista Lina Merlin, la sporca cosa è stata portata alla luce del sole.

La valorosa donna si è battuta senza tregua incurante delle pressioni e persino delle minacce di morte, per far chiudere le case di tolleranza, riabilitare quelle disgraziate donne, dare ai giovani un senso pulito dell’amore e portare l’Italia fra le nazioni civili che hanno abolito lo sfruttamento legalizzato della prostituzione. (Rimane ancora la cattolicissima Spagna).

Ecco perché non solo riteniamo altamente educativa l’esperienza qui raccontata, ma vorremmo che fosse letta e meditata dalle madri del nostro paese alle quali dedichiamo questo nostro lavoro collettivo.

Un adulto


TORNA A INIZIO PAGINA